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Il disturbo da attacchi di panico

 

Che cosa si deve sapere

Il Disturbo da Attacchi di Panico è una malattia in cui compaiono improvvise crisi di ansia, con un profondo malessere fisico accompagnato da una intensa paura. Gli attacchi sono in genere inaspettati e ricorrenti e l’esordio del disturbo avviene con un attacco di notevole intensità durante una situazione di “routine”, come lavorando o guidando l’auto, guardando la televisione o passeggiando per strada. Il timore che possa verificarsi un nuovo attacco e che facilmente questo avvenga nelle stesse situazioni precedenti favorisce la comparsa di ansia anticipatoria e di condotte di evitamento.

Gli attacchi di panico possono essere molto diversi, ma hanno sempre alcuni caratteri in comune:

* una insorgenza improvvisa, spesso “a ciel sereno”;

una durata breve, da pochi secondi a svariati minuti;

una penosa sensazione di impotenza e di minaccia per la propria integrità fisica;

una remissione più graduale con una prolungata sensazione di stanchezza profonda, di instabilità e di stordimento.

 

L’attacco di panico comprende:

 

MANIFESTAZIONI SOGGETTIVE

 Il paziente esperisce un vissuto di ansia in cui concomitano sensazioni di malessere, di impotenza, di estremo disagio, di terrore, culminanti spesso nella paura di morire, di impazzire o di perdere il controllo sulle proprie azioni.

 

MANIFESTAZIONI SOMATICHE

Tra queste si hanno sintomi cardiorespiratori, quali tachicardia, dolori precordiali, oppressione toracica, dispnea, sensazione di affogare, sintomi neurologici tra cui tremori, parestesie, cefalea; sintomi vestibolari del tipo sensazioni di camminare su un terreno accidentato o sulla gommapiuma, instabilità, sensazioni di sbandamento. Possono inoltre essere presenti sudorazione, brividi di freddo, nausea, dolori o crampi addominali, diarrea, bisogno urgente di urinare.

 

MANIFESTAZIONI PSICOSENSORIALI

Consistono in sentimenti di irrealtà, ipersensibilità alla luce ed ai suoni, sensazione di accelerazione del corso del pensiero, modificazione percettiva delle distanze, rallentamento della nozione del tempo.

 

MANIFESTAZIONI COMPORTAMENTALI

In genere si ha l’interruzione delle attività svolte, mentre più raramente si è obbligati alla fuga dal luogo o dalla situazione in cui è avvenuta la crisi con la ricerca di un ambiente familiare e rassicurante.

 

Decorso del Disturbo

Il primo episodio può generare la paura che la crisi possa ripetersi. Questa condizione, definita “ansia anticipatoria”, può riempire l’intera giornata e raggiungere un’intensità tale da risultare invalidante con un disagio maggiore degli stessi attacchi di panico. In questa fase compare la ricerca di rassicurazioni, talora con modalità scaramantiche; nel tentativo di superare il timore della nuova crisi vengono utilizzati oggetti vari quali gli occhiali scuri, la boccetta dell’ansiolitico, l’ombrello. Con il perdurare delle crisi e per la tendenza ad associare gli attacchi a situazioni e luoghi specifici, si strutturano, nella maggioranza dei casi, le condotte di evitamento fobico evitando di rimanere soli, di allontanarsi da casa, di recarsi in luoghi affollati, di usare mezzi pubblici, ecc; in tal modo gli attacchi di panico divengono meno frequenti e più tollerabili. Si parla di “Agorafobia” quando le limitazioni imposte dal disturbo interferiscono con attività importanti per la vita di tutti i giorni. La paura di morire o di perdere improvvisamente il controllo costituiscono la base delle condotte agorafobiche e le situazioni che i pazienti evitano sono quelle nelle quali può riuscire difficile fuggire o ricevere aiuto nel caso di una crisi improvvisa. Essi sviluppano la “paura di avere paura”. Alcuni diventano completamente incapaci di uscire di casa o possono allontanarsi solo in compagnia di una persona rassicurante nella quale ripongono particolare fiducia (compagno accompagnatore). Dopo la comparsa degli attacchi di panico il paziente si sottopone a visite mediche ed accertamenti strumentali che mettono in evidenza soltanto una condizione di tensione emotiva, con aumento del ritmo respiratorio e cardiaco, ma senza il rilievo di alcuna malattia fisica. In circa il 30% dei casi compare una fase di “Polarizzazione Ipocondriaca”, nel corso della quale è presente la convinzione di essere affetti da una malattia fisica ed il paziente si sottopone ad un numero sempre maggiore di accertamenti che hanno solo un parziale effetto rassicurante. I timori riguardano in genere la paura di una morte improvvisa per infarto del miocardio o per ictus cerebrale e sono rafforzati dal fatto che non viene individuata una causa e non si pone una corretta diagnosi di disturbo d’ansia per una sintomatologia che nonostante l’intensità dei sintomi soggettivi, è in genere, minimizzata dai medici per la scarsità dei reperti obbiettivi. Il grande numero e la varietà dei sintomi presenti in questa fase del disturbo può portare alle più diverse formulazioni diagnostiche ed i pazienti finiscono per consultare molti medici ed intraprendere numerosi trattamenti senza alcuna efficacia sul decorso della malattia.

 

Chi può ammalarsi

Nella popolazione generale è stata evidenziata una insorgenza del disturbo compresa tra lo 0,4% e l’ 1,5% all’anno, senza che siano state rilevate differenze per quanto riguarda il livello socioeconomico. Il disturbo tipicamente inizia in età giovanile con esordio compreso fra i 15 ed i 35 anni ed è più frequente nelle donne rispetto agli uomini con un rapporto di tre ad uno.

 

Disturbi associati

I disturbi che più frequentemente possono associarsi agli attacchi di panico fanno parte sia dello spettro dell’ansia che di quello dell’umore. DEPRESSIONE: la sovrapposizione di una sintomatologia depressiva rappresenta un’evenienza comune; in alcuni pazienti assume il carattere di una demoralizzazione secondaria con sentimenti di inutilità, di ineguatezza e di perdita degli interessi pur rimanendo in atto una certa reattività agli stimoli ambientali senza presenze di gravi sintomi neurovegetativi a carico del sonno, dell’appetito e della sfera sessuale. Nel periodo immediatamente successivo all’attacco di panico alcuni soggetti possono presentare profonda prostrazione con astenia talora seguita da sonnolenza.

SUICIDIO: è stato rilevato un rischio di suicidio superiore rispetto alla popolazione generale quando il disturbo si presenta associato a depressione ed abuso di alcool e sedativi.

ABUSO DI SOSTANZE: nel tentativo di dominare le crisi e di attenuare l’ansia anticipatoria è frequente l’uso di ansiolitici; tale uso non è in grado tuttavia di bloccare e prevenire gli attacchi di panico e favorisce un circolo vizioso che conduce all’abuso ed alle dipendenze senza risolvere il quadro psicopatologico.

FOBIA SOCIALE: il persistente timore di tutte le situazioni nelle quali la persona si sente osservata e giudicata dagli altri, come mangiare, parlare, mostrarsi in pubblico, può scatenare manifestazioni ansiose sovrapponibili a quelle di attacchi di panico senza presentare, peraltro, la sensibilità alla rassicurazione tipica del disturbo di attacchi di panico, oppure associarsi alla fenomenica ansiosa.

 

Terapia farmacologica

Studi clinici hanno evidenziato l’efficacia di alcuni composti nella terapia del disturbo, tra cui gli antidepressivi triciclici, gli inibitori delle monoaminossidasi, alcune benzodiazepine “ad alta potenza” e gli inbitori della ricaptazione della serotonina. I triciclici sono i farmaci che per primi hanno dato effetti benefici: il trattamento viene iniziato con bassi dosaggi ed aumentato pian piano per saggiare la tollerabilità e gli effetti indesiderati che, in genere, si presentano all’inizio della cura e tendono ad attenuarsi dopo alcuni giorni. Le benzodiazepine possiedono rapida e dimostrata efficacia e sono ben tollerate nonostante possa insorgere un’iniziale sonnolenza; la terapia non va prolungata oltre qualche settimana per evitare lo sviluppo di dipendenza. Gli inibitori della ricaptazione della serotonina sono dotati di una certa efficacia associata ad effetti collaterali molto ridotti. La remissione degli attacchi tende ad attenuare l’ansia anticipatoria e a favorire la graduale scomparsa delle condotte di evitamento per cui il paziente riesce ad affrontare le situazioni temute in precedenza senza che si verifichino crisi di ansia. Lo schema terapeutico prevede il progressivo aumento della posologia fino alla scomparsa delle crisi. Il trattamento deve essere mantenuto per un periodo di circa sei/otto mesi prima di procedere ad una graduale riduzione della posologia. Il possibile ripresentarsi degli episodi di panico consiglia il ritorno alle dosi precedenti.

 

Terapia comportamentale

Alcuni studi clinici hanno mostrato un effetto sinergico tra farmacoterapia e terapia comportamentale. L’associazione dei due tipi di trattamento è indicata principalmente nei pazienti agorafobici laddove prevalgano condotte di evitamento resistenti ad ogni altra forma di terapia. Le tecniche comportamentali più efficaci si basano sul confronto diretto “in vivo” o indiretto “in immaginazione” con le situazioni temute; l’esposizione “in vivo” effettuata in modo graduale consente risultati migliori e più rapidi rispetto al metodo indiretto; la terapia di esposizione “in vivo” non segue una procedura uniforme e la sua riuscita dipende in larga misura dalle motivazioni del paziente. Il terapeuta deve mirare ad ottenere un’adeguata collaborazione facendo fronte all’aumento dei livelli di ansia anticipatoria ed alle distorsioni cognitive che possono comparire durante il trattamento.

 

Ruolo della famiglia

Quando un membro della famiglia è affetto da attacchi di panico, l’intera famiglia ne è coinvolta: la paura dell’attacco paralizza e toglie la capacità di fare, il soggetto si chiude in sé stesso, si restringono le possibilità di una vita attiva e i familiari vengono assillati dalle richieste di aiuto. L’atteggiamento migliore è quello rivolto ad aiutare la persona a trovare la corretta diagnosi e la corretta terapia convincendo il paziente a consultare un medico e controllare che rispetti le prescrizioni farmacologiche. Infatti nelle prime fasi della terapia, a causa degli effetti collaterali, il paziente può avere l’impressione di stare peggio: va quindi rassicurato relativamente al fatto che i farmaci non agiscono subito, ma richiedono alcune settimane e qualsiasi modifica deve essere fatta su consiglio dello specialista. È altresì determinante mostrare comprensione, partecipazione per lo stato di sofferenza, disponibilità all’ascolto e incoraggiare il paziente evitando di spingerlo ad affrontare le situazioni temute durante la fase acuta del disturbo, senza subire passivamente comportamenti manipolativi, e stimolandolo ad ampliare il suo raggio di azione non appena le crisi sono bloccate dalla terapia specifica.

 

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